sabato 4 maggio 2013

Arte, Il fantastico visto da Dosso Dossi

di Claudia Pellegrini

ARTE, IL FANTASTICO VISTO DA DOSSO DOSSI - Il ferrarese Giovanni Luteri detto Dosso Dossi (1489-1542), fortemente influenzato dal cromatismo raffaellesco e dal naturalismo di Tiziano, ma anche dalla realtà veneziana e dall’arte romana, elaborò un gusto classico personale che divenne lo stimolo per esplicare liberamente la fantasia estrosa e quella brillante vena narrativa che possedeva. Tutto questo entrava in perfetta sintonia con quello che era l’ambiente culturale ferrarese della corte degli Estensi, frequentata a quei tempi da personaggi illustri come, ad esempio Ludovico Ariosto.
È in questo clima che si inseriscono opere della seconda metà degli anni dieci come la Partenza degli Argonauti. L’opera, dalla quale emerge una chiara visione fantastica del mondo, è ambientata in un mondo magico, epico, in cui il colore potrebbe sembrare simile a quello utilizzato da Giorgione, ma in realtà è più vibrante, più acceso, quasi eccentrico.
In seguito all’esperienza romana, la struttura delle sue opere diviene più sicura a livello di impianto e monumentale nella forma, così come recitava la consuetudine pittorica dell’Italia centrale. Nonostante abbia assimilato certi modelli, il Dossi li sintetizza in maniera personale, con accenti bizzarri, soprattutto a partire dagli anni venti.
Grazie alla sua ricca dote di immaginazione, diviene l’interprete di un originale filone fantastico, ben rappresentato iconograficamente e a livello pittorico dalla Maga Circe, conservata a Roma  nella Galleria Borghese. Raffigura una donna dall’aspetto imponente, che indossa un turbante e abiti sontuosi dai colori particolarmente vivi; è circondata da un paesaggio boschivo ed è assisa all’interno di un cerchio nel quale sono trascritti alcuni simboli che rimandano alla Cabala ebraica; regge con una mano una tavoletta e con l’altra una fiaccola. Questa figura è stata identificata con una maga, inizialmente Circe, successivamente invece con Melissa, la maga buona descritta da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso, colei che libera i paladini dagli incantesimi; questo riferimento alla maga buona potrebbe essere identificato con il particolare delle piccole figure umane appese all’albero.
Il Dossi lavora anche ad un ciclo di affreschi per gli Estensi, sia nel Castello che in altre proprietà ducali. Purtroppo questi cicli narrativi sono andati perduti, restano solamente gli affreschi nella sala della Villa Imperiale di Pesaro, realizzati probabilmente tra il 1529 e il 1530.
Nel 1531 invece, l’artista viene chiamato a Trento, per affrescare il Castello del Buonconsiglio. La sua scelta di ritrarre divinità pagane nelle lunette contigue della cappella fu oggetto di aspre critiche, tanto che, il compito di affrescare la Loggia, in un primo tempo affidato proprio al Dossi, fu in seguito commissionato ad un altro artista.

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